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    high fidelity addestramento perforazioni

    Lo scorso febbraio, Htc Vive ha annunciato il lancio entro la fine del secondo trimestre 2019 di Vive Focus Plus, un sistema VR autonomo per applicazioni aziendali.

    La scorsa settimana, Philip Rosedale (l’ex “papà” di Second Life) ha annunciato che High Fidelity sta lavorando con Vive per rendere disponibile la piattaforma VR open source per il Plus.

    Philip Rosedale

    La prima app di social VR per Vive Focus Plus

    Come ha riferito New World Notes (di Wagner James Au, aka Hamlet Au in Second LIfe), questa dovrebbe essere la prima app di social VR annunciata per il nuovo sistema di Vive, che è già utilizzato in alcune applicazioni rivolte alle aziende.

    Due anni fa, ricorda Wagner James Au, High Fidelity veniva già utilizzato per formare gli studenti per le attività di perforazione di petrolio e gas all’Università del Nord Dakota.

    Ottima mossa sia per Vive sia per High Fidelity

    Sembrerebbe un’ottima mossa sia per Vive sia per High Fidelity, dal momento che sebbene restino molti dubbi riguardo al potenziale della realtà virtuale come prodotto per il consumo di massa, molti esperti ritengono che l’utilizzo della VR in applicazioni enterprise (ad esempio per scopi addestrativi o terapeutici) possa essere estremamente potente.

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      Luca Parmitano virtual reality cover

      Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), si prepara a tornare nello spazio, dopo esserci già stato nel 2013 nel corso della Expedition 37/38 sulla Stazione spaziale internazionale (Iss).

      Parmitano aveva già fatto parte dell’equipaggio di riserva della Expedition 58 (Parmitano fece anche parte dell’equipaggio di riserva per la Expedition 34).

      L’astronauta prenderà parte, come comandante (è la prima volta che capita un italiano e la terza ad un astronauta europeo), alla Expedition 60/61, denominata “Beyond”, che dovrebbe partire nel luglio 2019 sempre con destinazione la Iss.

      parmitano addestramento realtà virtuale

      Parmitano si prepara virtualmente per lo spazio

      Per prepararsi al meglio in queste settimane l’astronauta si sta addestrando nel Virtual Reality Laboratory del Johnson Space Center oltre che presso lo Space Vehicle Mock-up Facility della Nasa.

      Qui la realtà virtuale viene utilizzata per preparare gli astronauti ad affrontare il percorso e le attività all’esterno della Iss. così da essere pronti a prendere decisioni e ad agire rapidamente.

      Due capacità che Luca Parmitano ha già dimostrato di avere quando, il 16 luglio 2013, durante la sua seconda passeggiata spaziale (la prima era avvenuta il 9 luglio ed era stata la prima in assoluto per un astronauta italiano), il casco della sua tuta iniziò a riempirsi di acqua.

      Ciò causò all’astronauta difficoltà di visione e di respirazione e lo costrinse a rientrare nella Iss prima di quanto programmato. A fine passeggiata si stima che nel casco si fosse accumulato 1 litro e mezzo di acqua.

      Dopo l’incidente di Parmitano i caschi delle tute spaziali della Nasa sono stati dotati di apposito boccaglio per consentire agli astronauti di respirare anche in caso di casco allagato.

      Parmitano visore VR

      Oltre 50 esperimenti per andare oltre

      Luca Parmitano, insieme all’astronauta Andrew Morgan della Nasa e al cosmonauta Alexander Skvortsov della Roscosmos, nel corso della missione Beyond condurrà oltre 50 esperimenti che sfrutteranno gli ultimi ritrovati di tecnologie come la robotica per cercare di raggiungere un nuovo livello dell’esplorazione spaziale.

      Parmitano e i suoi colleghi andranno dunque oltre (“beyond”) quanto già conosciuto, a partire dalle tecniche di addestramento, per le quali la Nasa sembra puntare sempre di più sul contributo che può dare la tecnologia della realtà virtuale e aumentata, come Mondivirtuali.it ha già raccontato.

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        drones piloting

        Si fa presto a dire droni, ma dall’entrata in vigore del regolamento (UE) 2018/1139 recante norme comuni nel settore dell’aviazione civile, avvenuto l’11 settembre 2018, per svolgere un’attività professionale con droni (legalmente definiti Sapr, ossia Sistemi aeromobili a pilotaggio remoto) di peso superiore ai 300 g e fino a 25 kg è ormai necessario dotarsi di un “patentino”, ossia di un Attestato di pilotaggio remoto (Apr).

        Enac aggiorna modalità conseguimento Apr

        droni pilotaggio

        Il problema, al riguardo, è che l’autorità italiana di settore cui spetta dare attuazione alla normativa europea (che ribadiamo è pienamente vigente), ossia l’Ente nazionale civile (Enac), ha variato più volte le modalità con cui si può conseguire tale attestato ed in particolare quali nozioni debbano essere insegnate ai futuri piloti di droni e per quanto tempo.

        Al momento in cui scriviamo sono ancora obbligatorie almeno 16 ore di insegnamento teorico per conseguire l’attestato di pilotaggio basico, ma a breve secondo alcune bozze circolate in dicembre le ore di teoria potrebbero calare a 8, mentre per l’attestato critico (ossia il livello superiore a quello basico) si passerebbe dalle attuali 12 ore a 6 ore di insegnamento teorico.

        Meno ore di teoria per ridurre i costi del patentino

        droni pilotaggio monti

        La proposta dell’Enac punta ad alleggerire il costo per i futuri piloti di droni. Da notare che se volete far levare in aria un drone di peso superiore ai 25 kg vi serve non l’Apr, ma la Licenza di pilota, anche in questo caso conseguibile frequentando un corso presso una scuola di volto autorizzata Enac.

        E’ ben ricordare che i droni in generale non devono essere pilotati mai oltre 150 metri di altezza e 500 metri di distanza dal pilota (ma vi sono limitazioni più restrittive per le zone aeroportuali ed altre zone critiche), devono essere sempre assicurati e che il “patentino” (Apr) vale solo i voli a vista o a “vista estesa”, mentre nel caso di volo a controllo remoto occorre sempre disporre della Licenza di pilota e che comunque per pilotare un drone professionalmente occorre essere maggiorenne.

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          Droni Intel ponti

          droni ispezione ponti IntelPer ora riguarda gli Stati Uniti, ma vista la frequenza con cui si succedono crolli e sciagure in Italia (ultima, per ora, il Ponte Morandi), potrebbe essere un’idea da esportare anche nel “bel paese” al più presto.

          I droni di Intel hanno iniziato a sorvegliare alcuni ponti americani come il Daniel Carter Beard Bridge, tra l’Ohio e il Kentucky, o lo Stone Arch Bridge, in Minnesota.

          Come funziona l’ispezione volante

          Ogni ponte è una struttura unica e necessita di ispezioni regolari, che spesso hanno un costo notevole (col rischio che le ispezioni stesse siano meno frequenti del necessario, con tutto quello che ciò può comportare).

          Rispetto ai droni tradizionali, il modello Falcon 8+ utilizzato da Intel è più robusto, riuscendo a garantire stabilità e precisione anche in caso di vento e interferenze elettromagnetiche.

          Nella sua prima prova sul campo, ha sorvolato il Daniel Carter Beard Bridge, un ponte a otto corsie attraversato ogni giorno da 100.000 veicoli che collega le sponde del fiume Ohio.

          Il drone ha consentito di scattare circa 2.500 immagini aeree ad alta risoluzione, generando 22 GB di dati utilizzati per creare un “gemello digitale ” della struttura, ossia un modello 3D che consentisse agli ingegneri di valutare con calma e da ogni prospettiva la tenuta del ponte.

          Risparmi rispetto alle ispezioni tradizionali

          Un ulteriore test ha coinvolto il Dipartimento dei trasporti del Minnesota e la società di ingegneria infrastrutturale Collins Engineers. In questo caso il drone ha sorvolato lo Stone Arch Bridge, ponte pedonale e ciclabile di Minneapolis.

          La struttura, in pietra, richiede particolare cura tanto che se la maggior parte dei ponti viene ispezionata una volta ogni due anni, per lo Stone Arch Bridge ne viene condotta una all’anno.

          L’uso dei droni ha ridotto le ore di lavoro del 28% e le spese del 40%. Tradotto in dollari: il risparmio per le casse pubbliche (incaricate dei controlli) arriverebbe a 160.000 dollari in dieci anni. Il tutto senza pensare ai risparmi in termini di vite umane resi possibili grazie a ispezioni più frequenti.

          Cosa cambia coi droni

          Rispetto ai metodi tradizionali, i droni consentono dunque di ridurre i tempi e i costi delle ispezioni, aumentando la precisione e l’accuratezza dei dati raccolti, garantendo più sicurezza agli operatori ed evitando di dover bloccare il traffico per consentire l’ispazione.

          Negli Usa ci sono oltre 600.000 ponti, quasi 60 mila dei quali risulta vecchio o con problemi strutturali, ma il problema è globale. In Italia, ad esempio, si stima che vi siano almeno 11 mila ponti che necessiterebbero di ispezioni e manutenzioni urgenti.

          In tutto il mondo – ha dichiarato il vicepresidente di Intel Anil Nandurici sono problemi strutturali non rilevati a causa di processi di ispezione e monitoraggio inefficienti e dati inaffidabili”. Vista la frequenza con cui crollano ponti e viadotti in Italia non possiamo che essere d’accordo.

          Droni per ispezionare ponti anche in Italia?

          Le soluzioni basate sui droni, sottolineano gli ingegneri di Intel, “forniscono agli ingegneri informazioni preziose per valutare la sicurezza e pianificare azioni future”: chissà se li vedremo sempre più spesso all’opera anche da noi?

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            bambole realdoll storie cover

            Mondivirtuali.it ha già parlato di come quelle che un tempo erano semplici “bambole gonfiabili” siano sempre più sofisticate e realistiche, come le RealDoll, evolutesi in RealBotix.

            Qualcuno anche in Italia (a Torino per la precisione) ha pensato di sfruttare questiprodotti per dare vita ad attività ricreative per adulti, per così dire, col marchio Lumidolls, già presente anche a Barcellona e a Mosca, anche se ha avuto qualche problema di tipo amministrativo.

            Le bambole di Everard Kunion

            ingegnere bambole realdoll cover

            Non avrei però pensato di scoprire che in Inghilterra un ingegnere scapolo 62enne, Everard Kunion, ha messo sù famiglia con nove di loro tra moglie, figlie e cognate in silicone.

            Kunion si era invaghito anni fa di una sua ex compagna di scuola, dopo 50 anni che non si frequentavano, finendo con lo sviluppare una vera e propria mania per la donna, nel frattempo sposatasi col signor Taylor.

            Alla fine un tribunale gli ha ingiunto di tenersi a debita distanza dalla donna e Kunion si è rassegnato all’idea di restare in compagnia solo delle sue “bambole di famiglia”.

            Kunion non è un caso isolato

            Quello di Everard Kunion non è neppure un caso così isolato: cercando in rete ho scoperto che in America un tale “Deerman” dopo aver perso di cancro la moglie e avendo constatato che le donne che gli piacevano non erano interessate a lui, dopo qualche anno ha finito per comprare una bambola simile a sua moglie, di nome Erica.

            Oppure c’è Phil, che ha smesso di fumare per un anno per potersi permettere (queste bambole non costano mai meno di 1.000 sterline/dollari)
            la sua bambola Jessica. Phil si rende perfettamente conto che è una bambola, ma semplicemente non gli importa cosa pensa la gente della sua scelta di stile di vita.

            Alla fine i casi emersi sono stati così numerosi che una fotografa olandese,
            Benita Marcussen, ha deciso di realizzare una serie di scatti dedicati a Uomini e Bambole (Men and Dolls). Ma non sono solo gli uomini a gradire la compagnia di una bambola per adulti.

            Bambole anche per signore

            Angela, ad esempio, ha comprato la sua prima bambola, Anna, nel 2014 e possiede due facce di ricambio per la sua amica, in modo da poter cambiare il suo look e la sua personalità a seconda delle circostanze.

            Non è detto che il caso di Angela sia così raro, ma in generale la comunità di possessori di bambole per adulti è molto prudente e tende a non farsi conoscere per cui è impossibile dire quanti al mondo, sia uomini sia donne, abbiano ormai come unici compagni di vita una o più bambole.

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            Pimax 8K VR cover

            L’attesa è finita: Pimax, azienda cinese di cui già parlammo che sviluppa visori per realtà virtuale, ha prima avviato i pre-ordini e da qualche giorno lanciato ufficialmente sul mercato i suoi due visori 8K e 5K Plus (oltre ad una ulteriore versione del 5K, la “Business Edition” o 5K BE).

            Tutti i prezzi dei visori VR

            I prezzi non sono propriamente economici: 900 dollari per il visore 8K, 700 dollari per il 5K Plus e ben 1.000 dollari per il 5K BE. Per fare un paragone, Htc Vive Pro costa 800 dollari, Htc Vive 500 dollari, Oculus Rift costa 600 dollari, Oculus Quest 400 dollari e Oculus Go 200 dollari, Playstation VR costa 500 dollari.

            Tempi di spedizione

            Quanto ai tempi di consegna, mentre gli esemplari prenotati in fase di pre-ordine saranno spediti nella seconda metà di gennaio 2019, quindi circa 90 giorni dopo il pre-ordine, gli esemplari ordinati da adesso in poi dovrebbero essere spediti a partire da metà febbraio in poi (e comunque dopo che saranno stati consegnati tutti gli esemplari spediti agli aderenti della campagna su Kickstarter e poi tutti gli esemplari dei pre-ordini).

            Pimax 8k Kickstarter

            Su Kickstarter è stato un successo

            Pimax 8K è stato sviluppato grazie ai fondi raccolti dalla più fortunata campagna su Kickstarter di sempre (4,236 milioni di dollari raccolti nel 2017), mentre Pimax 5K BE è stato offerto ai sostenitori della campagna al posto del 5K come inizialmente previsto. Di seguito le specifiche tecniche dei due nuovi visori di Pimax.

            Specifiche tecniche Pimax 8K e 5K Plus

            Pimax 8K

            • Schermi: Clpl (Customized low persistence liquid)
            • Risoluzione: 3.840 × 2.160 per schermo (7.680 × 2.160 totali), equivalenti a 2 schermi in 4K
            • Input content: migliorata da 2.560 × 1.440
            • Latenza motion to photon: <15ms
            • Refresh Rate: 80 Hz con supporto Brainwarp
            • Campo visivo (Fov): circa 200 gradi in diagonale
            • Audio: jack audio da 3,5mm, microfono integrato
            • Output: Usb 2.0/3.0, DP 1.4
            • Tracking: SteamVR 1.0 e 2.0
            • Contenuti: tutti quelli in SteamVR e Oculus Home
            • Regolazione: cinghia per cuffia regolabile (fascetta di lusso opzionale), regolazione IPD, cornice VR
            • Gpu minima raccomandata: Nvidia GeForce GTX 1080Ti e AMD equivalenti o superiori

            Pimax 5K Plus

            • Schermi: Clpl (Customized low persistence liquid)
            • Risoluzione: 2.560 × 1.440 per schermo (5.120 × 1.440 totali), equivalente a QHD
            • Input content: nativa 2.560 × 1.440
            • Latenza motion to photon: <15ms
            • Refresh Rate: 90 Hz con supporto Brainwarp
            • Campo visivo (Fov): circa 200 gradi in diagonale
            • Audio: jack audio da 3,5mm, microfono integrato
            • Output: Usb 2.0/3.0, DP 1.4
            • Tracking: SteamVR 1.0 e 2.0
            • Contenuti: tutti quelli in SteamVR e Oculus Home
            • Regolazione: cinghia per cuffia regolabile (fascetta di lusso opzionale), regolazione IPD, cornice VR
            • Gpu minima raccomandata: Nvidia GeForce GTX GTX 1070 e AMD equivalenti o superiori

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              megattera

              Un progetto di Huawei in collaborazione con Wwf Italia utilizza vocalizzi per creare una canzone. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Ansa, spiegando come il canto d’amore delle megattere diventi una melodia comprensibile all’orecchio umano grazie all’uso dell’intelligenza artificiale (AI).

              The frequency of love

              Il progetto sperimentale si chiama “The Frequency of Love” ed è firmato da Huawei con la collaborazione scientifica del Wwf Italia. La compagnia cinese ha insegnato al modello AI del Mate 20 Pro – l’ultimo smartphone top di gamma dell’azienda cinese – a riconoscere le frequenze dei vocalizzi di questi cetacei nella fase del corteggiamento, e a collegarle a una progressione armonica.

              Canti delle megattere diventano canzoni

              I canti d’amore dei maschi delle megattere – che durano tra i 10 e i 20 minuti e sono ripetuti per diverse ore – non sono apprezzabili appieno dall’orecchio umano ma sono organizzati come le canzoni con note, strofe e motivi, spiegano gli autori del progetto, secondo cui “la loro potente lirica, una volta trasformata in musica, si rivela come canzone: il racconto orecchiabile e piacevole della loro storia d’amore“.

              Huawei mate 20 pro megattere

              App realizzata ad hoc per l’esperimento

              A livello tecnico, la trasformazione del canto in suono avviene attraverso un’applicazione realizzata ad hoc: l’app registra il canto e l’intelligenza artificiale identifica i singoli versi degli animali, poi collega automaticamente il singolo verso a una progressione armonica che rispecchia per ritmo il canto della megattera e, da ultimo, crea e riproduce una melodia ispirata al canto originale.

              Ricerca svolta presso il santuario di Pelagos

              Il progetto è stato realizzato con gli esperti del Wwf, che Huawei sta sostenendo nella salvaguardia dei cetacei nel santuario Pelagos, area marina protetta di 87.500 km quadrati nel Mediterraneo frutto dell’accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco. Nella sua pagina Facebook, Huawei Italia ha infatti iniziato una raccolta di donazioni in favore del Wwf. Se volete, date un’occhiata e contribuite anche voi!

              Source: Ansa tecnologia

              Link all’articolo originale: http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/hitech/2018/11/14/con-ai-canto-megattere-diventa-musica_00cc89c1-fbb1-45ab-b793-ad7839ac3af3.html

              Dna test cover

              C’è un piccolo sito web, messo su da due pensionati americani in Florida, che sta diventando il principale strumento della polizia per risolvere delitti irrisolti da anni; e che promette, o minaccia, di farci ritrovare tutti i nostri parenti, fino ai cugini di terzo grado pare.

              Si chiama GEDMatch ed è stato lanciato nel 2010 da Curtis Rogers e John Olson. I due avevano in mente di offrire un servizio ai tantissimi americani e non solo che a partire più o meno dal 2006 si sono fatti fare l’analisi del Dna.

              In quei giorni nascevano qui e lì startup che in cambio di poche decine di dollari e della tua saliva infilata in qualche modo in una provetta, ti mandavano a casa il racconto del codice genetico. Chi siamo davvero. Per farci cosa?

              GEDMatch

              A cosa può servire l’esame del Dna

              Per capire se c’era una predisposizione genetica a qualche malattia, per esempio; o se c’era una intolleranza che consigliava una diversa alimentazione in modo da dimagrire più facilmente; o anche scoprire il complesso – quasi sempre variegato – di popoli da cui ciascuno di noi discende (in questi giorni negli Stati Uniti si discute parecchio delle origini indiane – dieci generazioni fa – della senatrice Elizabeth Warren, per dire).

              Dal lancio di GEDMatch sono passati otto anni, e un milione di persone circa ha caricato il proprio profilo genetico sul sito per scoprire l’albero genealogico di famiglia. Il sito è parecchio rudimentale ma c’è dietro un algoritmo interessante che nei giorni scorsi ha fatto dire ad un paio di ricercatori di una grande rivista scientifica che nel giro di tre anni tutti gli americani con avi europei saranno in qualche modo identificabili attraverso il codice genetico.

              GEDMatch logo

              Con GEDMatch arrestati 15 stupratori e seriel killer

              Impressionante. E non privo di delicati aspetti legali. Ma il motivo per cui se ne parla adesso è che GEDMatch è stato usato dalla polizia per arrestare una quindicina di stupratori e killer seriali che l’avevano fatta franca tanti anni fa.

              L’ultimo, il killer del Golden State, cioè della California, avrebbe commesso una dozzina di omicidi e cinquanta stupri fra il 1976 e il 1986. Il Dna trovato su una delle vittime ha consentito di individuare il sospetto e, dopo ulteriori verifiche, di arrestarlo nella sua casa di Sacramento.

              Source: Agi innovazione