Creatori insoddisfatti
Cosa manca ai mondi virtuali per essere pienamente delle piattaforme in grado di valorizzare, anche economicamente, il lavoro di centinaia di creatori di contenuti? Nonostante il passare degli anni il problema principale non sembra la tecnologia, più o meno complessa o tale da richiedere agli utenti investimenti in hardware e software più o meno elevati, e forse neppure la motivazione d’uso, che pure viene continuamente citata come il motivo principale della “mancata crescita” di quella nicchia di web2.0 rappresentata dai mondi virtuali (che qualcuno inizia a chiamare, giustamente, mondi sociali).
Il problema principale resta quello della tutela del diritto d’autore, un male comune a tutto il web ma rispetto al quale le società che gestiscono le principali piattaforme non sembrano mostrare particolare attenzione, finendo con lo scoraggiare e allontanare gli utenti più creativi, cosa che finisce con l’impoverire i contenuti delle piattaforme stesse quando si tratti come Second Life o IMVU di ambienti in larga parte caratterizzati da “user generated contents”. Una riprova è venuta in questi giorni dallo sfogo, su Facebook, di una utente di IMVU che aveva scoperto alcuni suoi arredi e texture copiati spudoratamente da un’altra utente della stessa piattaforma.
L’episodio non sarebbe isolato ed anzi i numerosi commenti ricevuti da decine di utenti dimostra anche nel caso del mondo virtuale creato e gestito da IMVU Inc. non ci sia per ora alcun rispetto per il lavoro altrui né da parte di questi “astuti” ladri (che puntualmente rispondono con tono seccato che il loro non è un furto perché “IMVU è solo un gioco”… forse qualche utente di Second Life troverà la risposta familiare) né del gestore della piattaforma, che come anche Linden Lab nel caso di Second Life pare curarsi solo in parte di tutto ciò che non si traduce in ricavi immediati per loro, con una politica che appare decisamente miope.
Ma forse il problema a monte è un altro: molti sono convinti di non dover mai pagare per nulla dopo decenni di presunto “internet free” in cui tutto è sembrato essere offerto gratuitamente, anche se non è mai stato così: abbiamo sempre pagato o attraverso le nostre connessioni o fornendo i nostri dati personali poi venduti ad aziende e agenzie di marketing, come sanno bene Google e Facebook (e quindi brava la redazione della trasmissione Report che nonostante quel che pensano alcuni “guru” italiani del web bene ha fatto a mettere il dito sulla piaga nella puntata del 10 aprile scorso che potete vedere qui).
Il risultato è che poi, spesso, chiunque si sente autorizzato a utilizzare il lavoro e i contenuti altrui non solo per goderne privatamente (cosa che può essere lecita in una visione di "copyleft"), ma anche per specularci sopra rivendendolo senza aggiungervi alcun valore con cui giustificare almeno in parte questo modo di fare. Un male comune che non procura nessun gaudio.
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