Avatar per Pechino non è un gioco
Ok, è inutile sperare di cavarsela con “solo” tre articoli: attorno ad Avatar (il film) in questi giorni si sta scatenando la stampa mondiale, non solo italiana. Se da noi il film di James Cameron dedicato ai “nativi blu” del pianeta Pandora ha già incassato, secondo le ultime stime, 11 milioni di euro in Italia, in Cina gli incassi sono già superiori agli 80 milioni di dollari nonostante le autorità abbiano deciso di limitare la distribuzione alla sola versione in 2D (peraltro proiettata anche in almeno la metà delle sale italiane), riservando le sale attrezzate per il 3D per il “cinepanettone” locale Confucio, come riporta Reuters.
Se si considera che qualche giorno or sono Google ha scoperto (che sorpresa!) che Pechino non intende modificare la propria politica in tema di filtri e censura sul web anche se questo dovesse portare all’uscita dal mercato cinese della società di Page e Brin (un vuoto che secondo molti analisti verrebbe subito coperto dal concorrente cinese Baidu.com), si capisce come la decisione, assunta nell’aprile dello scorso anno, di rilanciare l’economia cinese favorendo la crescita del mercato interno più che le esportazioni rischi di avere conseguenze importanti a medio termine per tutto il mondo, Stati Uniti per primi.
Così forse non sarà vero che le autorità di Pechino abbiano voluto limitare la visione di un film come Avatar che potrebbe sembrare, oltre che una versione “fantascientifica” della Pocahontas disneyana, anche una critica a tutti gli sfruttamenti coloniali, a partire da quello dell’Africa, dove Stati Uniti e Cina da anni sono in lotta per ottenere il controllo di importanti materie prime come petrolio, uranio e silicio, però è probabile che Avatar possa passare alla storia non solo come il primo blockbuster cinematografico 3D dedicato al concetto di realtà e identità virtuale (sebbene molto diversa da quella a cui siamo abituati navigando nel web o entrando in Second Life), ma anche come la prima occasione di vero scontro culturale tra Oriente e Occidente.
Non perché contenga in sé un messaggio particolare, ripeto, quanto perché rinunciando ad un lancio “intensivo” del film Pechino di fatto manda a dire a Hollywood che può fare a meno di lei, esattamente come di Google e un domani di Microsoft, General Motors o qualsiasi altra grande corporation occidentale, essendo il più grande mercato del mondo. Un mercato che rischia di chiudersi, come accaduto già molte volte nella storia, all’Occidente, se l’Occidente non saprà trovare la strada del dialogo. E poi dicono che la realtà virtuale è solo un gioco…
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