Tim Armstrong punta su AOL

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    Aol brands

    Tim AmstrongSecondo alcuni analisti nonostante la corposa serie di acquisizioni che hanno portato Aol a detenere un portafoglio molto ricco di siti di qualità come Techcrunch, Joystiq o Massively (siti che per Mondivirtuali.it  rappresentano modelli a cui guardare per migliorare), l’ex reginetta della “new economy” di inizio secolo resterebbe un gruppo dalle limitate prospettive di sviluppo.

    Dissente evidentemente da tali profezie Tim Armstrong, già ora Ceo e principale azionista individuale in Aol (società di cui è anche presidente e Ceo), che dopo l’acquisizione dell’Huffington Post (celebre testata online fondata nel 2005 da Arianna Huffington, Kenneth Lerer e Jonah Peretti salito a 25 milioni di utenti unici al mese grazie al lavoro di oltre 9 mila blogger volontari, non pagati, e ad alcune buone idee come la scelta del titolo definitivo dei post in base al conteggio del più cliccato tra i due titoli provvisori nei primi minuti di pubblicazione) ha raddoppiato le sue quote nella compagnia comprando 477 mila azioni per una decina di milioni di dollari e portando l’investimento complessivo a 876.511 titoli (circa 19,1 milioni di dollari di investimento).

    Arianna HuffingtonAmstrong, che ha anche una partecipazione indiretta di circa altre 195 mila azioni attraverso la sua società d’investimento, il Polar Group ed altre 514.300 con un suo trust familiare, pare dover essere imitato dalla stessa Arianna Huffington, la quale ha confermato al sito Paidcontent.org che riceverà il 25% del proprio ricavato dalla vendita della celebre testata online ad Aol (costata in tutto 315 milioni di dollari, di cui 300 in contanti, pari a 5 volte i ricavi previsti per il 2011 per Huffington Post) in azioni della stessa Aol.

    Cosa che è indubbiamente un atto di fiducia da parte della futura responsabile del nuovo gruppo multimediale, visto l’andamento del titolo Aol in borsa in questi anni e visto che dopo l’annuncio della vendita molti dei blogger hanno fatto sapere che non intendono continuare a scrivere gratis (sia pure in cambio di visibilità) a vantaggio di una multinazionale come Aol, mettendo a rischio un vantaggio competitivo di cui l’Huffington Post aveva finora goduto rispetto a tutti i siti d’informazione che pagano il lavoro dei propri contributori.