Il web uccide il cittadino Kane?

Il web uccide il cittadino Kane?

Che gli “old media” non vi/ci abbiano mai capito i nuovi media era evidente da tempo senza dover riepilogare testate e giornalisti che prima hanno esaltato il mezzo (oggi Facebook e Twitter, ieri Second Life, i blog, il web stesso) poi lo hanno denigrato, infine hanno tentato di scordarsene rapidamente, dando l’impressione di averne paura, di non riuscire a dominarlo o comprenderlo del tutto e quindi di esprimere un giudizio “a priori” fortemente difensivo del proprio status quo.

Il problema, forse, sta a monte, nell’evoluzione che nuovi mezzi (social network, mondi virtuali, aggregatori di notizie o di feed, motori di ricerca testuali o semantici…) realizzano e nelle possibilità che essi aprono al settore dell’informazione. Mi ha molto incuriosito una nota pubblicata su Facebook in questi giorni da un ex collega giornalista, Francesco Bellofatto, conosciuto qualche anno fa presso la redazione de Il Denaro (una testata economica di Napoli per cui ho avuto modo di lavorare) e che è stato poi invitato a offrire la sua testimonianza di esperto di comunicazione nell’ambito dell’ultimo incontro di Sentieri Digitali, a Napoli.

Francesco Bellofatto Sentieri DigitaliFrancesco ha provato a definire il ruolo di vecchi e nuovi media, il rapporto tra comunicazione e giornalismo e l’impatto, in crescita, dell’innovazione tecnologica sulle trasformazioni sociali, partendo dall’ottica della partecipazione, dell’interattività, della condivisione non solo delle conoscenze, ma delle proprie esperienze di vita. “Non è un problema di declino degli old media (modalità “one to many”) o di emancipazione dei new media (modalità “many to many”), caratterizzati dall’accessibilità, dalla simultaneità nella condivisione del vissuto e delle esperienze. Forse non è nemmeno un problema di codici e decodifica. E’ un problema di come la società non riesce ad adeguarsi velocemente a questa rivoluzione” scrive Francesco, che poi ricorda alcune osservazioni ormai accettate comunemente, in particolare il fatto che “il ruolo dei lettori è diventato fondamentale: sono loro a svolgere il lavoro investigativo e giornalistico. Il trasferimento di queste capacità dalle corporazioni professionali al pubblico generico rappresenta un passaggio epocale”.

Ma anche il fatto che “il futuro dell’informazione è un modello editoriale che viene dal passato: dare ai lettori qualità, credibilità e originalità, che sono ancora le cifre più importanti nel processo dell’informazione” e che “se continueremo ad investire tutte le nostre energie mentali per cercare di preservare il vecchio modello editoriale e di business, non saremo in grado di inventare un modello nuovo che funzioni meglio per tutti”. Queste alcune delle considerazioni ormai accettate, spiega Francesco, “poi arrivano freschi freschi Vittorio Zambardino e Massimo Russo, con il loro progetto “Eretici Digitali” e fanno riflettere sullo status quo” proponendo un’analisi che il mio ex collega condivide: “il web ha prodotto una società divisa, con una parte che lo vive e l’altra che lo detesta. Questa divisione non ha senso, serve una lingua comune. La questione è: con il digitale abbiamo un destino comune. E non riusciamo a parlarne”.

Sentieri Digitali webMa “il digitale è un “nuovo universo” che, appena arrivato, rischia di scomparire. Ingoiato dagli establishment, normato da una politica “ignorante”, condizionato e riconquistato da vecchi e nuovi padroni”. Bisognerebbe “insegnare internet all’establishment”, ma “è possibile fermare una politica che non cessa di lanciare allarmi e produrre legislazione di guerra contro la libertà di espressione?” Cittadini elettronici e giornalismo possano ancora incontrarsi per trovare insieme il futuro. Ma il tempo è poco ed è brutto tempo. Per vedere chiaramente la strada è necessario mettere da parte tre ordini di dogmi: quelli prodotti dal potere, quelli del giornalismo (il digitale come perdita di realtà), quelli della rete. Fin qui, in sintesi, l’analisi di Zambardino e Russo, dalla quale Francesco trae una conclusione: “il giornalismo deve rinnovarsi con un occhio ad un pubblico nuovo, che partecipa, che interagisce, se non vuole perdere la sua autorevolezza e abdicare al proprio ruolo”.

Stimolato da questa proposizione, io rilancio ulteriormente (a Francesco e a tutti voi): il giornalismo come sinora l’abbiamo visto e pensato è già morto, che se ne renda conto o meno. E non importa se tu ti chiami Il Denaro o New York Times, se sei uno strumento dell’establishment o un’anima bella e indipendente: se non lo capisci sei morto. Perché è cambiata la relazione fonti <-> giornalista e giornalista <-> lettori. Col web e coi social media non ha più senso, forse, la funzione di “filtro” del giornalista che spesso si è tradotta in un’utile strumento di limitazione della libertà di informazione/opinione (non solo in Italia). Servirebbe ripensare il ruolo del giornalista come “certificatore” della notizia, come “raccontatore” della stessa.

Ma decenni di non investimento in questo senso (quante volte chi è del mestiere ha sentito il direttore di turno parlare di “qualità” e poi è finito a scrivere marchette?) hanno fatto, non solo in Italia, tabula rasa o quasi. Così forse faranno prima i lettori a diventare “nuovi” giornalisti che i giornalisti a reinventarsi. O forse no? Che ne pensate? Il dibattito è aperto, i contributi anche da appassionati di web, social network e mondi virtuali sono graditi.

Related Articles